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11 giugno 2018. Aggressione marocchino a Comandante carcere Reggio Emilia: Aldo Di Giacomo, rischio radicalizzazione terrorismo islamico sempre alto.

Sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria
Pubblicato da in Segreteria ·
In attesa che il nuovo Governo definisca la strategia per affrontare l’emergenza immigrati soprattutto islamici che stanno “fuori” una priorità va data a quelli che stanno “dentro” i nostri istituti penitenziari. La brutta vicenda del comandante della polizia penitenziaria del carcere di Reggio Emilia che ha dovuto ricorrere alle cure ospedaliere per le ferite riportate a causa di un'aggressione subita da un detenuto di nazionalità marocchina, classificato tra i cosiddetti islamici a rischio radicalizzazione, è solo purtroppo l’ultima di una lunga serie di aggressioni. Lo afferma Aldo Di Giacomo, segretario generale del S.PP. (Sindacato Polizia Penitenziaria) aggiungendo che non solo il detenuto extracomunitario era già stato autore di altre aggressioni ai danni del personale di polizia penitenziaria ma ha continuato il comportamento violento di fronte al tentativo di un confronto e alla disponibilità del comandante.
Oggi – continua Di Giacomo – il rischio di radicalizzazione al terrorismo islamico nelle carceri italiane dove sono presenti tra i 10 e i 15 mila detenuti islamici è molto alto e serio come stiamo cercando da tempo di mettere in guardia l’Amministrazione Penitenziaria.
La cosiddetta classificazione del livello di radicalizzazione dei detenuti islamici si presta a varie interpretazioni e comunque non serve certamente a tranquillizzare il personale penitenziario che è impreparato alla gestione di questo problema e tanto meno i cittadini. La realtà è che sono sempre più numerosi gli episodi di detenuti di fede islamica che in carcere manifestano comportamenti tipici della radicalizzazione islamica, come inneggiare agli attentati di matrice islamica e mostrare apertamente odio verso l’Occidente. Secondo i dati più aggiornati i detenuti sui quali si concentrano timori di radicalizzazione sarebbero circa 500 suddivisi in tre categorie: “segnalati”, “attenzionati” e “monitorati”. Una cinquantina le persone sono incarcerate con l’accusa di terrorismo internazionale nelle sezioni di alta sicurezza riservate a loro (Rossano, Sassari e Nuoro). Per gli altri, che sono ritenuti soggetti a rischio, vengono condotte attività di monitoraggio che puntano a rilevare atteggiamenti di sfida verso le autorità, rifiuto di condividere gli spazi con detenuti di altre fedi religiose, segni di gioia di fronte a catastrofi o attentati in  Occidente,  esposizione di simboli legati al jihad. Gli ultimi dati forniti dal Ministero alla Giustizia – sottolinea Di Giacomo - sono sicuramente superati da una situazione in forte evoluzione per il continuo e costante ingresso di cittadini extracomunitari di fede islamica (e non) nei nostri istituti penitenziari. Ma se è assolutamente chiaro chi sono i terroristi, in quanto sono in carcere perché imputati o arrestati per una  specifica  fattispecie  di  reato,  non  è  così chiara la costruzione delle altre tre categorie entro cui sono collocati i detenuti ritenuti ‘radicalizzati’. Per questo è indispensabile sviluppare in carcere programmi mirati alla formazione di personale che sappia individuare i processi di radicalizzazione “dietro le sbarre” per aiutarli a distinguere la pratica religiosa, o il riferimento a una particolare concezione dell’islam, dai possibili indicatori di radicalizzazione. Altra nostra richiesta è quella di rafforzare il personale di polizia penitenziaria specie negli istituti dove il numero di detenuti extracomunitari ed islamici è più alto e dove si continuano a verificare episodi di aggressione al personale.



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