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24 gennaio 2022 Avellino, detenuto avrebbe telefonato dal carcere ai carabinieri per chiedere “intervento di soccorso”. Aldo Di giacomo: oramai siamo al grottesco, muniamo di un telefonino ogni detenuto

Sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria
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Un detenuto avrebbe telefonato dal carcere di Avellino ai Carabinieri per chiedere un “intervento di soccorso”. Il fatto sarebbe avvenuto nei giorni scorsi e richiede comunque accertamenti. Di certo ci sarebbe l’arrivo all’ingresso del carcere di Avellino di una pattuglia dei Carabinieri per raccogliere informazioni. “Altro che grottesco. Il fatto che è in attesa di conferme ufficiali e di indagini – commenta il segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria (S.PP.) Aldo Di Giacomo – rileva comunque la facilità con cui dai penitenziari è possibile telefonare all’esterno. E con l’accertamento del “caso di ingenuità” del detenuto che si sarebbe rivolto ai Carabinieri perché gli agenti penitenziari lo avrebbero ripetutamente invitato a rientrare in cella, altrettanto deve accadere per le altre numerosissime telefonate di tutt’altro genere. Ricordo la denuncia del procuratore aggiunto di Bari, coordinatore della Direzione distrettuale antimafia, Francesco Giannella: “il carcere non ostacola più l'operatività delle mafie, che operano su due binari, dentro e fuori gli istituti penitenziari grazie a una circolazione incontrollata di telefoni cellulari di piccolissime dimensioni, introdotti nelle carceri di tutta Italia nei modi più fantasiosi". È la più autorevole conferma del nostro allarme che abbiamo lanciato da tempo, purtroppo inascoltati. Bisogna fermare subito la diffusione di telefonini nei penitenziari che vengono usati come è accaduto a Poggioreale persino per girare video”. Di Giacomo aggiunge: “secondo dati di fonte ministeriale, nel 2020 nelle carceri italiane sono stati rinvenuti 1.761 telefoni cellulari. Erano stati 1.206 nel 2019 e 394 nel 2018. Solo una piccola parte arriva attraverso droni contro i quali non credo serva a molto la “schermatura” delle carceri come pure qualcuno ha proposto tenuto conto che come è stato accertato la “consegna” avviene in tanti altri modi, proprio come sostiene il magistrato barese antimafia, tra i quali c’è il sistema dei fucili o pistole ad aria compressa, come quelli dei bambini ma potenziati e modificati, in grado di sparare il mini telefono cellulare direttamente in cella da distanze considerevoli”. Il segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria sottolinea che "la disponibilità di un telefono cellulare durante il periodo di detenzione, altro che per parlare a fidanzate ed amanti come sostiene il Garante dei Detenuti campani, è funzionale a obiettivi criminali e a coltivare la supremazia nell'ambito dei rapporti carcerari perché quella disponibilità permette al detenuto di mantenere continui rapporti con il proprio ambiente esterno di provenienza e persino di continuare ad impartire disposizioni criminose da eseguire al di fuori della struttura carceraria, con ricadute assai negative sia sulla praticabilità di percorsi rieducativi (ove si tratti di condannati definitivi), sia per il soddisfacimento di eventuali esigenze cautelari per i così detti 'non definitivi', sia in generale per l'ordine pubblico".



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