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28 ottobre 2019. Aggressione ad Agenti carcere Trieste: Di Giacomo, chi uccide un poliziotto uccide anche un po’ di noi. Carcere duro per questi delinquenti

Sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria
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“Altro che attenuazione del cosiddetto carcere ostativo! Chi uccide un poliziotto, un servitore dello Stato, deve essere sottoposto in carcere al regime di detenzione più duro, quello del 41 bis che non va assolutamente abolito e nemmeno reso più comodo”. È il commento del segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, all'aggressione subita da due agenti della penitenziaria ad opera di Alejandro Stephan Meran, il domenicano di 29enne agli arresti con l’accusa di aver ucciso gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego nella sparatoria dello scorso 4 ottobre dentro la questura di Trieste. “La ferocia dimostrata dall'assassino è la stessa che lo ha animato nella duplice uccisione a Trieste a conferma – dice Di Giacomo – che per lui chiunque indossa una divisa è un nemico ed è quindi la testimonianza di cosa intenda per il valore della vita umana. Ebbene con questi criminali vogliamo mostrare clemenza o vogliamo fare i buonisti sino a pensare di redimerli? Se ci fosse ancora bisogno di esempi siamo di fronte all'ennesimo caso della confusione che regna nel nostro Paese tra vittime e carnefici”.
Per il S.PP. “bisogna mettere fine a questo sistema carcerario tipicamente italiano, dove gli assassini godono di benefici, che rappresenta un pericolo per i cittadini e più direttamente per il personale penitenziario, di fatto delegittimato dalle sue funzioni e dai suoi compiti. La nostra – continua Di Giacomo – è una denuncia che ha troppe prove provate: i mafiosi e gli uomini della criminalità organizzata intendono imporre il proprio controllo in carcere e non aspettavano altro che questo segnale di resa da parte dello Stato che pone il personale degli istituti di pena in una condizione di totale isolamento in quanto gli unici difensori di legalità e giustizia”. “Noi – conclude – continuiamo a credere che esiste una bella differenza tra vittime e carnefici”.



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