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31 gennaio 2018. Operazione Adranon, allarme per i pizzini anche dai boss al 41 bis. Il sindacato polizia penitenziaria (Spp) chiede al governo di attenzionare la mancanza di sicurezza nelle carceri che permette forme di comunicazioni al clan

Sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria
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«Siamo di fronte ad un’evidenza che evidentemente sfugge solo al ministro: gli istituti di pena, anche quelli per detenuti sottoposti al 41 bis, non sono sufficientemente monitorati per impedire la fuoriuscita di "pizzini" agli affiliati dei clan e la "formazione" o l'arruolamento di criminali». Lo afferma il segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria (Spp) Aldo Di Giacomo.
«La politica e il nuovo Parlamento - aggiunge - prima che si scateni la guerra di successione a Riina anche nelle celle, aprano gli occhi e si rendano conto che la situazione di illegalità e non sicurezza nel carcere, dovuta principalmente a responsabilità politiche, si ripercuote direttamente e pesantemente sui cittadini fuori dal carcere, perché la situazione sempre più difficile dei nostri istituti di pena è la cartina al tornasole dell’insicurezza fuori e nelle città».
Di Giacomo continua affermando che «anche nei mandamenti di Catania, dopo l’operazione della Procura Distrettuale Antimafia, che - secondo le prime notizie - con i 33 arresti operati sta decapitando i vertici della cosca Santangelo attiva nel territorio di Adrano, alleata della famiglia catanese di Cosa nostra Santapaola - Ercolano, si profila quello che accade da tempo a Palermo con l’avvento di donne nella successione ai capi clan in carcere. Ci sono tutti gli elementi per confermare la mia valutazione espressa subito dopo la morte di Riina: nella successione dei capi è il momento delle donne».
«Questo significa - conclude - che non dispongo della "sfera di cristallo" ma più semplicemente che a differenza del ministro alla Giustizia, indaffarato a diffondere dichiarazioni sempre rassicuranti sulla presenza della mafia fuori e dentro le carceri, sono attento alle dinamiche interne ed esterne agli istituti penitenziari. Proprio come il raccolto fatto tempo fa davanti alla Corte di Appello di Torino da un pentito diventato collaboratore di giustizia, Domenico Agresta, che ha candidamente ammesso di aver fatto all’interno di un carcere un’intera carriera nella 'ndrangheta».



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