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8 gennaio 2019. Aldo Di Giacomo: invece di attardarsi in azioni plateali come chiedere il conto alla famiglia del boss Riina si proceda ad azioni reali ed efficaci

Sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria
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“Ma che Stato è questo che presenta il conto alla famiglia del boss Totò Riina per la sua detenzione, solo ed esclusivamente come atto plateale proprio come il continuo cambio di divisa delle forze di polizia da parte del Ministro dell’Interno, e poi dimentica la situazione reale che vive quotidianamente il personale di Polizia Penitenziaria?” È la domanda che pone il segretario generale del S.PP. (Sindacato Polizia Penitenziaria) Aldo Di Giacomo annunciando una mobilitazione del sindacato senza precedenti con un tour e sit-in davanti ai principali istituti di pena del Paese.
“Invece di attardarsi in azioni che hanno solo effetto mediatico perché, come sa chiunque conosce le nostre leggi, è pressoché impossibile esigere dai parenti del padrino corleonese di Cosa nostra, morto il 17 novembre 2017, circa 2 milioni di euro per le spese sostenute per il mantenimento in carcere del capomafia – continua Di Giacomo – si pensi ad azioni concrete ed efficaci per ristabilire la legalità nelle carceri. Se non c’è rispetto della legge e della sicurezza tra le celle figuriamoci come possiamo pretenderlo fuori.
È da troppo tempo invece che si vogliono far passare per “ordinarietà” gravi fatti che avvengono negli istituti d pena. Noi del S.PP. – aggiunge – non ci stiamo e ci mobilitiamo proprio per questo. Un esempio: i suicidi di personale penitenziario (ultima solo due giorni fa la morte suicida di un agente penitenziario di 41 anni, in servizio nel carcere 'San Vittore' di Milano), purtroppo non fanno più notizia. Trovare qualche rigo sui giornali come nei casi di risse, aggressioni tra detenuti e tra detenuti e personale penitenziario, è sempre più raro. Tutto ciò mentre il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, perfettamente in linea con l’attività di pura propaganda di questo Governo, dedica più tempo alle condizioni dei detenuti piuttosto che alle difficoltà quotidiane della polizia penitenziaria.
Su tutti un dato che dovrebbe essere in possesso del Ministro: il 35,45% degli agenti della Polizia penitenziaria si troverebbe in una condizione di elevato rischio “suicidio” per la presenza di un forte stato depressivo, ansia, alterazione della capacità sociale e forti sintomi somatici. Il dato che emerge da un questionario sullo stress correlato al lavoro, compilato lo scorso anno da 600 agenti che prestano servizio all’interno delle  carceri italiane,  è  davvero sconvolgente. E – dice ancora Di Giacomo – non sarà certo qualche centinaia di nuove assunzioni “promesse” a risolvere la condizione di stress diffusa. La verità per noi è una sola: il carcere non rientra nel cosiddetto “contratto di programma” tra Lega e Movimento 5 stelle e pertanto è considerato “area di nessuno”, né di leghisti e né di cinquestelle, dove può succedere di tutto, persino il tentativo di violenza sessuale contro una donna agente come accaduto di recente a Campobasso”.



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