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27 dicembre 2018. Aldo Di Giacomo: ordine uccisione collaboratore giustizia a Pesaro potrebbe essere partito da carcere

Sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria
Pubblicato da in Segreteria ·

L’agguato e l’uccisione a Pesaro di Marcello Bruzzese, 51enne fratello del  collaboratore di  giustizia Biagio Girolamo Bruzzese, è l’ennesimo campanello d’allarme: gli uomini di comando della ‘ndrangheta fanno partire gli ordini dalle carceri. E’ la denuncia di Aldo Di Giacomo segretario generale del S.PP. (Sindacato Polizia Penitenziaria) per il quale soprattutto dopo il recente blitz con l’arresto di esponenti di spicco delle famiglie della 'ndrangheta crotonese e che è arrivato sino al Sud America buona parte dei “capo famiglia” sono finiti dietro le sbarre ed è da qui che continuano a svolgere compiti criminali di controllo dei territori oppure di assassinii per dare il segno della loro forza e presenza impartendo ordini agli uomini in libertà. Dunque il problema non è solo la gravissima “falla” che si è verificata nel sistema di protezione del collaboratore di giustizia ma bisogna svolgere indagini anche nella sorveglianza delle celle persino degli istituti di massima pena dove sono detenuti quanti sottoposti al 41 bis.
È da tempo che mettiamo in guardia il Ministero di Grazia e Giustizia, l’Amministrazione Penitenziaria, gli inquirenti, i comandi delle forze dell’ordine: il contrasto alla criminalità organizzata, oltre che attraverso inchieste ed operazioni che colpiscono ripetutamente ‘ndrangheta, mafia, camorra, sacra corona unita va attuato anche nelle carceri. Accade invece che i Ministri Bonafede (Giustizia) e Salvini (Interni) si occupano solo di tenere il conto degli arresti sino ad annunciare, irresponsabilmente, come fa Salvini che la mafia tra qualche mese sarà distrutta.
Da tempo abbiamo messo sul chi va là l’Amministrazione Penitenziaria e la magistratura: le operazioni di reclutamento di nuova manodopera criminale avvengono proprio in cella ad opera di capi clan che continuano a dare ordini all’interno e all’esterno delle carceri. Del resto, non è un caso che lo scorso anno il numero totale di cellulari e sim ritrovati nei 190 istituti italiani è di 337. Quasi due per ogni carcere. Con un aumento del 58,22 per cento rispetto al 2016 (quando i cellulari e/o sim rinvenuti furono 213). Anche per questo insistiamo a non assumere atteggiamenti 'buonisti' e permissivi nei confronti dei detenuti sottoposti al 41 bis magari con l’illusione di bloccare i “pizzini” e gli ordini che i boss dalle celle impartiscono comodamente con il telefonino.
A 25 anni dalla introduzione del regime carcerario duro per i boss il problema centrale - dice ancora Di Giacomo - non è certo quello di regolamentare e uniformare in tutti gli istituti penitenziari la reclusione dei 728 detenuti ad oggi sottoposti al 41 bis, quanto, piuttosto, almeno per noi, è garantire che il regime carcerario non diventi 'più comodo'. Si metta piuttosto in condizione il personale di Polizia Penitenziaria di fare il proprio lavoro in piena sicurezza dotandolo di strumenti adeguati". Aldo Di Giacomo



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