10 novembre 2021 Telefonini in carcere: Aldo Di Giacomo, direzione distrettuale antimafia Bari conferma autorevolmente nostro allarme

Attività, Editoriale Aldo Di Giacomo

“La denuncia del procuratore aggiunto di Bari, coordinatore della Direzione distrettuale antimafia, Francesco Giannella – “il carcere non ostacola più l’operatività delle mafie, che operano su due binari, dentro e fuori gli istituti penitenziari grazie a una circolazione incontrollata di telefoni cellulari di piccolissime dimensioni, introdotti nelle carceri di tutta Italia nei modi più fantasiosi”- è la più autorevole conferma del nostro allarme che abbiamo lanciato da tempo, purtroppo inascoltati.

Bisogna fermare subito la diffusione di telefonini nei penitenziari”.

A sostenerlo è il segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo che aggiunge: “è il caso di ricordare che nel 2020 nelle carceri italiane sono stati rinvenuti 1.761 telefoni cellulari.

Erano stati 1.206 nel 2019 e 394 nel 2018. Solo una piccola parte arriva attraverso droni contro i quali non credo serva a molto la “schermatura” delle carceri come pure qualcuno ha proposto tenuto conto che come è stato accertato la “consegna” avviene in tanti altri modi, proprio come sostiene il magistrato barese antimafia, tra i quali c’è il sistema dei fucili o pistole ad aria compressa, come quelli dei bambini ma potenziati e modificati, in grado di sparare il mini telefono cellulare direttamente in cella da distanze considerevoli”.

Il segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria sottolinea che “la disponibilità di un telefono cellulare durante il periodo di detenzione, altro che per parlare a fidanzate ed amanti come sostiene il Garante dei detenuti campani, è funzionale a obiettivi criminali e a coltivare la supremazia nell’ambito dei rapporti carcerari perché quella disponibilità permette al detenuto di mantenere continui rapporti con il proprio ambiente esterno di provenienza e persino di continuare ad impartire disposizioni criminose da eseguire al di fuori della struttura carceraria, con ricadute assai negative sia sulla praticabilità di percorsi rieducativi (ove si tratti di condannati definitivi), sia per il soddisfacimento di eventuali esigenze cautelari per i così detti ‘non definitivi’, sia in generale per l’ordine pubblico”.

“E se tutto questo non bastasse la vicenda del carcere di Caltagirone, dove quella che era sembrata una morte di un detenuto dovuta a cause naturali secondo accertamenti medico legali è risultata invece un omicidio ad opera del compagno di cella, conferma la gravità della situazione dei nostri istituti penitenziari dove si può uccidere impunemente”.

Il crescente traffico di telefonini, armi e droga, tra l’altro, non si concilia certamente con le nuove regole sulle perquisizioni che invece – afferma Di Giacomo – sono un ulteriore duro colpo alla legittimazione dell’operato della polizia penitenziaria.

Siamo dunque di fronte ad una “stretta” a senso unico e non certo per colpire il comportamento di clan, organizzazioni e criminali che si sono distinti in tutti questi mesi, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere, nella “caccia all’agente” con il più alto numero di aggressioni e violenze mai accaduto in un periodo così breve”.

“La denuncia del procuratore aggiunto di Bari, coordinatore della Direzione distrettuale antimafia, Francesco Giannella – “il carcere non ostacola più l’operatività delle mafie, che operano su due binari, dentro e fuori gli istituti penitenziari grazie a una circolazione incontrollata di telefoni cellulari di piccolissime dimensioni, introdotti nelle carceri di tutta Italia nei modi più fantasiosi”- è la più autorevole conferma del nostro allarme che abbiamo lanciato da tempo, purtroppo inascoltati. Bisogna fermare subito la diffusione di telefonini nei penitenziari”.

A sostenerlo è il segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo che aggiunge: “è il caso di ricordare che nel 2020 nelle carceri italiane sono stati rinvenuti 1.761 telefoni cellulari. Erano stati 1.206 nel 2019 e 394 nel 2018. Solo una piccola parte arriva attraverso droni contro i quali non credo serva a molto la “schermatura” delle carceri come pure qualcuno ha proposto tenuto conto che come è stato accertato la “consegna” avviene in tanti altri modi, proprio come sostiene il magistrato barese antimafia, tra i quali c’è il sistema dei fucili o pistole ad aria compressa, come quelli dei bambini ma potenziati e modificati, in grado di sparare il mini telefono cellulare direttamente in cella da distanze considerevoli”.

Il segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria sottolinea che “la disponibilità di un telefono cellulare durante il periodo di detenzione, altro che per parlare a fidanzate ed amanti come sostiene il Garante dei detenuti campani, è funzionale a obiettivi criminali e a coltivare la supremazia nell’ambito dei rapporti carcerari perché quella disponibilità permette al detenuto di mantenere continui rapporti con il proprio ambiente esterno di provenienza e persino di continuare ad impartire disposizioni criminose da eseguire al di fuori della struttura carceraria, con ricadute assai negative sia sulla praticabilità di percorsi rieducativi (ove si tratti di condannati definitivi), sia per il soddisfacimento di eventuali esigenze cautelari per i così detti ‘non definitivi’, sia in generale per l’ordine pubblico”.

“E se tutto questo non bastasse la vicenda del carcere di Caltagirone, dove quella che era sembrata una morte di un detenuto dovuta a cause naturali secondo accertamenti medico legali è risultata invece un omicidio ad opera del compagno di cella, conferma la gravità della situazione dei nostri istituti penitenziari dove si può uccidere impunemente”.

Il crescente traffico di telefonini, armi e droga, tra l’altro, non si concilia certamente con le nuove regole sulle perquisizioni che invece – afferma Di Giacomo – sono un ulteriore duro colpo alla legittimazione dell’operato della polizia penitenziaria.

Siamo dunque di fronte ad una “stretta” a senso unico e non certo per colpire il comportamento di clan, organizzazioni e criminali che si sono distinti in tutti questi mesi, dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere, nella “caccia all’agente” con il più alto numero di aggressioni e violenze mai accaduto in un periodo così breve”.  

Il Segretario Generale

Dott. Aldo Di Giacomo

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