22 giugno 2022 Aldo Di giacomo: da tempo le carceri sono diventate aeroporti per i droni

Primo piano

“Le carceri italiane da tempo sono diventati veri e propri aeroporti dove per i droni è possibile atterrare e consegnare facilmente ai detenuti telefonini, droga e persino armi.

Ma proprio come per gli aeroporti ci sono strumenti e sistemi tecnologici in grado di garantire il divieto di volo sulle “No Fly Zone” che includono i penitenziari, salvo aggirare il divieto.

Certo, hanno un costo che è decisamente inferiore a quello (28 milioni di euro) delle “casette per l’amore”.

A sostenerlo è il segretario generale del Sindacato Penitenziari – S.PP. – Aldo Di Giacomo per il quale “aggirare le “No Fly Zone” è diventato molto semplice come riprovano le decine di casi di droni in carcere nell’ultimo anno.

Ad un tecnico esperto bastano 80 euro per intervenire e rimuovere le limitazioni imposte agli apparecchi dalle Autorità di volo.

A fronte di questo, come è stato sperimentato, in diverse carceri Italiane, tra cui Siracusa, un sistema, brevettato da un’impresa israeliana, esiste ed è efficace.

Ci sono tante soluzioni, pocanzi detta, che possono vedere in tempo reale la posizione, altitudine, velocità, direzione del drone in avvicinamento, ed altre più economiche come la recinzione attraverso reti con una spesa decisamente ridotta ed un risultato efficace.

A questo punto – dice Di Giacomo – la nostra domanda diventa non solo lecita ma anche “pesante” di problematicità: perché non si mettono in atto le misure più idonee a bloccare l’arrivo di droni?

Ci sembra davvero difficile solo pensare che l’Amministrazione Penitenziaria non conosca il “segreto di Pulcinella”, vale a dire come manomettere il drone per aggirare il divieto di volo.

Il risultato di tutto questo è che nelle carceri circolano troppi telefonini strumenti essenziali per capo clan e uomini di spicco della criminalità organizzata per continuare a comandare, ad impartire ordini ai territori e non certo per parlare con mogli e amanti. Il nostro – aggiunge Di Giacomo. – non è un allarme isolato: da tempo alcuni magistrati antimafia mettono in guardia sul diffuso impiego di telefonini dal carcere che tra l’altro vanifica proprio il loro grande lavoro e quello degli inquirenti con il rischio sempre più diffuso che chi ha subito violenze, ricatti, richieste estorsive, per paura, rinunci a collaborare.

E allora cosa aspettare ancora? O piuttosto si preferisce dotare le celle di prese per carica-batterie telefonini?”.

Il Segretario Generale

Dott. Aldo Di Giacomo

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