24 giugno 2022 Operazione a Trento contro jihadisti: Aldo Di Giacomo, attenzione a crescente radicalizzazione jihadista nelle carceri

Attività, Editoriale Aldo Di Giacomo

“L’operazione a Trento, con le indagini tuttora in corso, contro due presunti jihadisti che ideavano un attentato nel nostro Paese, deve riaccendere l’attenzione, come sollecitiamo da tempo, sul rischio crescente di radicalizzazione jihadista in Italia che coinvolge direttamente le carceri dove sono tra i 15 e i 18 mila i detenuti islamici, di cui una settantina con l’accusa di terrorismo internazionale nelle sezioni di alta sicurezza riservate”.

Così il segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo che aggiunge: “i detenuti islamici nei nostri penitenziari non sono solo pericolosi per le risse con bande di italiani, proprio come è avvenuto a Regina Coeli-Roma con atti di particolare violenza, ma in numerosi casi manifestano apertamente comportamenti tipici della radicalizzazione islamica, come inneggiare agli attentati di matrice islamica e mostrare apertamente odio verso l’Occidente e contro il personale penitenziario “infedele”.

Si tratta di un allarme lanciato da un paio di anni dal Copasir che conferma la nostra tesi: il carcere è “terreno fertile” per i fenomeni di radicalizzazione perché accade quello che già avviene con il reclutamento e l’“affiliazione” a clan mafiosi di detenuti con l’effetto che una volta usciti ci ritroviamo nelle nostre città con potenziali terroristi o appartenenti a violente gang di criminali specie nigeriane”.

Per Di Giacomo “non basta più procedere attraverso il sistema superato di suddivisione dei detenuti di fede islamica in tre categorie -” segnalati”,” attenzionati” e” monitorati” – perché se il “proselitismo” è il fenomeno più diffuso per la criminalità italiana e straniera in questo caso rappresenta la “scuola per nuovi terroristi”.

E se è assolutamente chiaro chi sono i terroristi, in quanto sono in carcere perché imputati o arrestati per una specifica fattispecie di reato, non è così chiara la costruzione delle altre tre categorie entro cui sono collocati i detenuti ritenuti ‘radicalizzati’ o comunque a rischio”.

Di qui la nostra richiesta di rafforzare il personale di polizia penitenziaria specie negli istituti dove il numero di detenuti extracomunitari ed islamici è più alto e dove si continuano a verificare episodi di aggressione al personale e sviluppare programmi mirati alla formazione di personale che sappia individuare i processi di radicalizzazione “dietro le sbarre” per aiutarli a distinguere la pratica religiosa, o il riferimento a una particolare concezione dell’islam, dai possibili indicatori di radicalizzazione.

Il Segretario Generale

Dott. Aldo Di Giacomo

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