29 ottobre 2021 Aldo Di Giacomo: le carceri “scuola” di radicalizzazione jihadista

Attività, Editoriale Aldo Di Giacomo

“L’allarme lanciato dal Copasir sul rischio crescente di radicalizzazione jihadista in Italia coinvolge direttamente le carceri dove sono tra i 15 e i 18 mila i detenuti islamici, di cui una sessantina con l’accusa di terrorismo internazionale nelle sezioni di alta sicurezza riservate.

Già prima del Copasir come Sindacato Polizia Penitenziaria abbiamo posto l’esigenza di alzare il livello di guardia a seguito delle continue storie di radicalizzazione in carcere e di episodi di cittadini di fede islamica che, durante il periodo di detenzione, hanno manifestato comportamenti tipici della radicalizzazione islamica, come inneggiare agli attentati di matrice islamica e mostrare apertamente odio verso l’Occidente e contro il personale penitenziario “infedele””.

Così il segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo che aggiunge: “adesso che la relazione del Copasir conferma il carcere “terreno fertile” per i fenomeni di radicalizzazione si devono prevedere norme specifiche nel nuovo provvedimento legislativo proposto.

Non basta più procedere come è accaduto sinora con l’ormai superata suddivisione in tre categorie -” segnalati”,” attenzionati” e” monitorati” – perché se il “proselitismo” è il fenomeno più diffuso per la criminalità italiana e straniera in questo caso rappresenta la “scuola per nuovi terroristi”.

E se è assolutamente chiaro chi sono i terroristi, in quanto sono in carcere perché imputati o arrestati per una specifica fattispecie di reato, non è così chiara la costruzione delle altre tre categorie entro cui sono collocati i detenuti ritenuti ‘radicalizzati’ o comunque a rischio”.

Per il segretario S.PP.: “anche assicurare ai detenuti islamici l’assistenza spirituale può contribuire a prevenire la formazione di comportamenti terroristici: ad oggi su 1500 ministri di culto autorizzati ad entrare nei nostri penitenziari solo una quarantina sono imam e qualche decina le sale-moschee riservate.

Altra nostra richiesta è quella di rafforzare il personale di polizia penitenziaria specie negli istituti dove il numero di detenuti extracomunitari ed islamici è più alto e dove si continuano a verificare episodi di aggressione al personale e sviluppare programmi mirati alla formazione di personale che sappia individuare i processi di radicalizzazione “dietro le sbarre” per aiutarli a distinguere la pratica religiosa, o il riferimento a una particolare concezione dell’islam, dai possibili indicatori di radicalizzazione.

Non si sottovaluti ancora che in carcere accade quello che già accade con il reclutamento e l’“affiliazione” a clan mafiosi di detenuti con l’effetto che una volta usciti ci ritroviamo nelle nostre città con potenziali terroristi o appartenenti a violente gang di criminali specie nigeriane”.

Il Segretario Generale

Dott. Aldo Di Giacomo

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