11 settembre 2021 Aldo Di Giacomo: come non bastassero le sezioni nido in carcere adesso anche la sala parto. Una vergogna senza fine

Attività, Editoriale Aldo Di Giacomo

“A tre anni esatti – era il settembre 2018 – dall’insano gesto della detenuta tedesca (Alice Sebesta)   che   scaraventò   dalle   scale   della   sezione   ‘Nido’   del   carcere di Rebibbia, a Roma, i suoi due bambini uccidendoli, adesso a Rebibbia non è rimasto solo il ‘Nido’ ma c’è persino la sala parto.

Quanto è accaduto in una cella del carcere romano con la detenuta che ha partorito assistita dai sanitari dell’istituto e dal personale di polizia penitenziaria dovrebbe far vergognare la Ministra di Grazia e Giustizia Cartabia, prima di tutto come donna”.

È il commento del segretario generale del S.PP. Aldo Di Giacomo che aggiunge: “inviare gli ispettori ministeriali dopo quanto è successo è tardivo, inutile e non può servire a salvare la coscienza.

La detenuta non doveva trovarsi in cella specie dopo che era già stata ricoverata all’ospedale Pertini di Roma per una minaccia di aborto e quindi doveva restare in ospedale.

La Ministra-Costituzionalista che spesso e volentieri cita gli articoli della Costituzione, in particolare quelli riferiti ai diritti dei detenuti – continua Di Giacomo – dovrebbe conoscere bene i diritti delle donne partorienti.

Sono invece passati diversi anni da quando il nostro sindacato ha lanciato la campagna “nessun bambino in cella” e purtroppo dobbiamo solo registrare che il numero si è dimezzato – da 52 bambini di tre anni fa a 26 attuali – ma la situazione di autentica barbarie non è stata superata.

È anche questo il segnale del disinteresse istituzionale e della politica per i veri problemi del sistema penitenziario italiano mostrando solo interesse per fatti come quelli di Santa Maria Capua Vetere per i quali si continua a dare grande clamore mediatico.

L’avviso di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di 120 indagati tra poliziotti della Polizia Penitenziaria, funzionari e dipendenti del D.A.P. è invece un atto dovuto a distanza di mesi dall’inizio del lavoro della magistratura, che quindi non ci ha sorpreso perché è semplicemente una tappa obbligata dell’iter giudiziario.

L’Spp continua a chiedere impegni concreti per migliorare le condizioni dei detenuti e di lavoro del personale che non può certo sostituirsi a medici ed operatori sanitari”.

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Dott. Aldo Di Giacomo

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